Hannah Arendt, nel Giorno della memoria

Eichmann ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare. Così stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripetè di aver fatto il suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge
E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti “Non ammazzare”, anche se talvolta l’uomo può avere istinti e tendenze omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti: “Ammazza,” anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della popolazione. Il Male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere.
(H. Arendt, La banalità del male, trad. di Piero Bernardini)

Il 27 gennaio 1945 l’esercito sovietico entrò nel campo di concentramento di Oświęcim (quello che noi conosciamo, nella sua forma tedesca, come Auschwitz), liberando i pochi superstiti rimasti dopo la fuga dei nazisti di poche settimane prima. Fra di loro, Primo Levi che fece conoscere agli italiani la portata del loro coinvolgimento nell’alleanza coi nazisti. Per questo motivo il 27 gennaio è stata scelta dalle Nazioni Unite come ricorrenza  in cui si ricorda la Shoah.

Di quella giornata esistono diversi ricordi: nel 2005, ad esempio, furono pubblicate in italiano le memorie di uno dei soldati che parteciparono alla liberazione, ora disponibili online. Ma per chi vuole approfondire e farsi un’idea più vasta dell’evento storico esiste una ricchissima letteratura composta da diari, romanzi e, naturalmente, saggistica critica.

Eichmann_in_Jerusalem_book_coverUna strada per avvicinarsi alla storia della Shoah percorribile da molti resta il libro La banalità del male, di Hannah Arendt, scrittrice di origini ebraiche nata ad Hannover, in Germania, nel 1906, fuggita dal paese, poi apolide negli Stati Uniti e infine cittadina statunitense.
Quest’opera costituisce una pietra miliare nella riflessione sull’evento, in quanto saggio filosofico e allo stesso tempo narrazione storicamente fondata, con il pregio fondamentale di utilizzare un linguaggio comprensibile a tutti nonostante il suo impianto articolato e approfondito. Ne vedete qui la copertina della prima edizione, uscita nel 1963. In italiano il libro si trova praticamente in ogni biblioteca.

Su MLOL se ne trova la copia in ebook assieme a diverse altre opere della stessa autrice, di taglio più strettamente filosofico e politico.

L’opera nasce da un evento storico particolare e successivo alla guerra, il processo ad Adolf Eichmann, funzionario tedesco noto per il suo ruolo nell’organizzazione logistica dello sterminio degli ebrei a opera dei nazisti. Eichmann fu catturato e condannato a morte in Israele in un celebre processo nel quale la sua linea difensiva si basò sull’affermazione di aver fatto il proprio dovere di burocrate al servizio dello Stato. Da qui le riflessioni politiche ed etiche della Arendt sulla facilità (la banalità, appunto) con cui il male può manifestarsi ed essere praticato da cittadini “qualunque”, quando il contesto sia quello di uno stato o di una società pronti a giustificarlo o a richiederlo esplicitamente.

Sul processo sono disponibili molti altri materiali, come Il processo Eichmann, un saggio della storica Deborah Lipstadt, e le riprese video del processo, riprodotte ad esempio nel documentario Uno specialista, ritratto di un criminale moderno di cui diversi estratti sono visibili online:

Su MediaLibrary si trova infine il link alla Hannah Arendt Collection, risorsa consultabile liberamente online nata con lo scopo di conservare la sua intera biblioteca personale, come fu lasciata al momento della morte nel suo ultimo appartamento a New York: circa 4000 volumi, molti dei quali con le sue annotazioni personali, ma anche biglietti e cartoline che rendono meglio di ogni altra cosa il senso del tempo passato e – contemporaneamente – della sua vicinanza. Questa ad esempio la cartolina che Walter Benjamin le spedì a Parigi da San Remo.

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