Alternative facts, libertà di pensiero e distopie

Dopo l’elezione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, nelle librerie americane, sia tradizionali che online, si è verificato un inatteso ed esponenziale incremento delle vendite di 1984 romanzo distopico di George Orwelltanto che la Penguin, per rispondere alla domanda crescente, ne ha ordinato la ristampa di 75000 copie.
C’è chi addirittura, presso una libreria di San Francisco, ha pagato 50 copie da regalare a chiunque entrando avesse richiesto quel titolo, o chi per il 4 di aprile ha organizzato proiezioni gratuite (in 90 cinema, 79 città, 34 stati) dell’adattamento cinematografico di 1984 del regista Michael Radford.

Testimone in prima persona delle crudeltà di cui erano stati capaci i regimi totalitari di Spagna e Unione Sovietica pur di accrescere e rinforzare il proprio potere, ma anche dell’abuso del linguaggio e del ruolo della tecnologia nel consentire a governi oppressivi di monitorare e controllare i loro cittadini, George Orwell nel 1949 scrisse 1984: un romanzo politico nato con l’intento di ammonire i lettori della pericolosità di quei regimi e coerente con le sue responsabilità di “scrittore politicamente impegnato”:

Ogni riga di serio lavoro che ho scritto a partire dal 1936 è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico come io lo intendo. Mi sembra assurdo in un’epoca come questa pensare di poter evitare di scrivere di tali argomenti (Perché scrivo in Nel ventre della Balena, Bompiani 2013)

Un romanzo che è ambientato nel Regno Unito, in un cupo futuro, dove il regime totalitario al potere ha soppresso il pensiero critico introducendo il bispensiero (doublethink) e la neolingua (newspeak) per ingannare e controllare i cittadini, affidando al Ministero della Verità il compito di produrre tutto ciò che ha a che fare con l’informazione, riscrivendola e falsificandola nel caso non sia conforme con le direttive del partito.
Si capisce quindi il recente interesse per 1984: in un momento storico in cui si avallano le post verità e i fatti alternativi, il romanzo di Orwell offre (fra le tante suggestioni) una allarmante visione di come potrebbe essere un totalitarismo nutrito e sostenuto dai mass-media.

Un altro titolo che ha fatto di nuovo la sua comparsa sugli scaffali delle librerie americane, e che è anche divenuto uno spettacolo teatrale, è It can’t happen here, un romanzo distopico del 1935 di Sinclair Lewis, primo scrittore americano a ricevere il Premio Nobel (1930) e autore di molti titoli fra i quali Main Street e Babbit .

Nel momento in cui Hitler riprendeva e realizzava il sogno della Grande Germania (Großdeutschland) e gli Stati Uniti vivevano la loro più grande crisi economica, con forti tensioni sociali e l’ascesa di personaggi come Huey Long, demagogo della Louisiana, Lewis scrisse un romanzo sulla radicalizzazione politica. Un’opera che, secondo alcuni, ha predetto l’ascesa negli Stati Uniti di una figura presidenziale come l’attuale, ritraendo un antieroe che, grazie alla sua retorica incendiaria, al populismo dispensatore di paura e a posizioni anti-messicane, ottiene il sostegno di elettori arrabbiati.

It can’t happen here immagina infatti l’ascesa del senatore Berzelius Windrip detto “Buzz”, un politico carismatico, autoritario e assetato di potere. Presentandosi come un difensore dei valori tradizionali americani e tramite una campagna populista (promette di riportare l’America alla grandezza e prosperità precedenti la Grande Depressione) batte i suoi avversari e viene eletto presidente.
Una volta alla Casa Bianca, Windrip vieta il dissenso, incarcera i nemici politici, arma una forza paramilitare, annulla l’influenza del Congresso e limita i diritti alle donne e alle minoranze. Gli americani sembrano per lo più approvare queste misure dittatoriali, considerandole necessarie alla rinascita della nazione, e chi non è pienamente d’accordo comunque si rassicura dicendosi che il fascismo “qui non è possibile” .
Il romanzo è stato recentemente pubblicato in Italia da Passigli, col titolo Da noi non può succedere, nella sola edizione cartacea (richiedetela in biblioteca), ma è disponibile in lingua originale nella collezione open di MLOL.

I due precedenti sono romanzi distopici sulla pericolosità delle derive autoritarie, ma esistono anche romanzi calati nel reale, legati a precisi momenti storici, politici e sociali, capaci di parlare dell’importanza della libertà di pensiero e di espressione, mescolando storie personali alla Storia, in modo coinvolgente. Ve ne proponiamo tre, tutti diversamente legati agli Stati Uniti:

Il simpatizzante di Thanh Nguyen Viet (Neri Pozza, 2016)
Vincitore del premio Pulitzer 2016, ci racconta attraverso le parole di un capitano della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud (che è anche una spia americana) l’impossibilità dell’onestà, della sincerità e dell’empatia in un mondo di disinformazione, inganni multipli e messaggi in codice.

I lanciafiamme di Rachel Kushner (Ponte alle Grazie, 2014)
Esplorando le tensioni politiche e i disordini dell’Italia degli anni ‘70, ma anche l’ambiente artistico e attivista dell’East End, coglie la fragilità della libertà di espressione. Come dice Stanley, uno dei personaggi:  “.. tutto quello che andava fatto con le parole era voltarle contro il muro come il mobilio durante il bombardamento”.

Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (Einaudi, 2010)
Lungo monologo di un giovane pakistano che grazie ai suoi meriti scolastici viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese, diventando, senza rendersene conto, soldato di una vera e propria guerra economica globale. Poi arriva l’11 settembre, tutti gli “arabi” iniziano ad essere percepiti dagli americani come potenziali terroristi, e il protagonista vede assottigliarsi sempre di più la linea di confine tra il rifiuto della critica all’occidente e il fascino che esercita.

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