Patrimonio culturale e turismo di massa

Il patrimonio culturale del nostro Paese è una risorsa inestimabile per tutta l’umanità. Sempre più spesso, tuttavia, si sente parlare dei beni culturali come del “petrolio d’Italia”, con la tendenza a favorire forme di sfruttamento economico avventate e spregiudicate. Se, da una parte, l’aumento del numero dei visitatori nelle città d’arte può essere letto come un segnale positivo, dall’altra non si può negare che il turismo di massa porti con sé il rischio di una progressiva omologazione nelle forme di “consumo” dei beni artistici e paesaggistici, tanto che le regole del marketing potrebbero alla fine prevalere sulla tutela sia delle singole opere che del contesto storico-culturale entro il quale esse si collocano.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi saggi dedicati a questi temi, con un approccio critico – e talvolta apertamente polemico – che può essere di stimolo a una più approfondita riflessione. Tra gli autori che più si sono impegnati su questo fronte troviamo Tomaso Montanari e Salvatore Settis, entrambi ben rappresentati nella collezione di e-book disponibile su MLOL.

Nel volume Le pietre e il popolo lo storico dell’arte Tomaso Montanari punta il dito contro lo sfruttamento dei centri storici delle città italiane, portando all’attenzione esempi di fatti accaduti negli ultimi anni a Firenze, Roma, Napoli. Egli denuncia lo sfruttamento superficiale del patrimonio culturale definendolo scherzosamente “arma di distrazione di massa”: monumenti e opere d’arte sono ormai visti come meri strumenti per far girare l’economia e, nell’ottica imprenditoriale dell’organizzazione di Grandi Eventi, si preferisce organizzare intrattenimenti culturali di forte richiamo ma di bassa qualità piuttosto che incoraggiare la fruizione attenta e ragionata dei tanti tesori nascosti che ogni luogo ha da offrire.

Il tema dei Grandi Eventi è ripreso con forza nel recente pamphlet Contro le mostre  che Montanari scrive a quattro mani con Vincenzo Trione.
Come dichiarato  dagli autori nella prefazione, questo libro è stato pubblicato

per contrastare la marea montante di mostre brutte, mal fatte, furbe, sciatte, approssimative, raccogliticce, imposte da società di produzione private e subite da amministrazioni pubbliche allo sbando. E per indicare alcuni modelli positivi, suggerendo qualche strada possibile per ricominciare a progettare esposizioni rigorose e serie, ma anche formative ed emozionanti.

Oggi gran parte delle energie progettuali, culturali ed economiche sembrano dirette al singolo evento, con l’obiettivo di ottenere la massima visibilità mediatica possibile e, di conseguenza, un gran numero di visitatori.

Chiamatele come preferite: mostre di cassetta, mostre bloskbuster, mostre all inclusive. Imperversano un po’ ovunque. Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si propongono soprattutto i maestri universalmente più noti e mediaticamente più efficaci. Da Caravaggio a Van Gogh, da Picasso a Dalì, passando dagli impressionisti, fino all’abusato Warhol. Senza dimenticare le tante mostre ‘da… a… ‘ (da Raffaello a Schiele, da Kandinskij a Pollock, da Giotto a Morandi, da Duchamp a Cattelan, per citare solo alcuni casi, ma la lista potrebbe continuare a lungo).

Queste esposizioni – sostengono i due autori – non sono più pensate come uno strumento per aiutare a conoscere in maniera approfondita e critica l’itinerario di un artista, né sono l’esito di un lungo e libero processo di ricerca. Non viene assegnata nessuna centralità al metodo adoperato dai curatori, ai criteri storiografici adottati, agli sforzi interpretativi o attributivi. “Ci si serve delle opere – non ci si mette al servizio delle opere stesse”. Il risultato di tutto ciò è la trasformazione dell’esperienza storico-artistica in un lunapark tematico.

Su grande scala, questo fenomeno si riscontra anche in alcune città travolte ormai da tempo dal turismo di massa. Se Venezia muore è un saggio di Salvatore Settis dedicato alla progressiva perdita di identità della città lagunare. Viene descritto lo spopolamento del centro storico da parte dei residenti, la chiusura di negozi al dettaglio e botteghe artigiane a favore di negozietti di souvenir, il moltiplicarsi nel mondo di finte-Venezie in stile Las Vegas, con un’estetica di plastica che finirà per soppiantare perfino  l’immagine mentale che ci portiamo dentro.

Il tema della tutela è il nucleo centrale di un altro saggio di Salvatore Settis, Italia S.p.a.. Settis esorta ad abbandonare l’idea che l’offerta di cultura debba essere costantemente ridisegnata per attrarre pubblico mediante attività effimere e propone un’altra opzione:

la concezione dei musei come luoghi di ricerca e di educazione, che elaborino, in sintonia con altre istituzioni di ricerca, strategie di conoscenza e accesso al proprio patrimonio sia per gli specialisti, sia per il grande pubblico.

La caratteristica peculiare dell’Italia, ciò che la contraddistingue rispetto ad altre realtà, è il suo manifestarsi come museo diffuso:

“da noi i musei sono incardinati nel territorio, formano un tutto unico con le città e le campagne che li circondano: fra il villaggio abitato e il museo, fra la chiesa e il paesaggio, fra la città, la campagna, la villa non c’è soluzione di continuità, ma un’unica tessitura concresciuta nel corso dei secoli. Perciò il ‘modello Italia’ prevede che il patrimonio culturale sia *tutto* di interesse pubblico […]. Perciò se un museo americano dovesse vendere un quadro di Tiziano non toglierebbe nulla alla storia, poniamo, della California; se lo facesse l’Accademia di Venezia, mutilerebbe la storia di quella città e dell’Italia”.

Segnaliamo infine un interessante libro di Marco D’Eramo intitolato Il selfie del mondo: indagine sull’era del turismo. D’Eramo analizza il fenomeno del turismo nella sua evoluzione storica e si sofferma su alcune delle abitudini più recenti, quali ad esempio il diffondersi del fenomeno dell’affitto di appartamenti privati nei centri storici, che genera un progressivo calo del numero di residenti stanziali e, a seguire, un mutamento della natura degli esercizi commerciali e dei servizi offerti, sempre più omologati e confezionati sulle aspettative del turista.

Viene poi indagato il rapporto tra verità storica e finzione. Sono molti i borghi che vantano reali o presunte tradizioni, tanto che manifestazioni create pochi decenni fa sembrano provenire dal medioevo: i turisti accorrono credendo di assistere a qualcosa di originale, mentre in realtà essi “consumano” prodotti di marketing creati ad arte.

Un altro punto interessante riguarda i siti dichiarati “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco: D’Eramo sostiene, con una punta di provocazione, che questa etichetta rischia di diventare una minaccia più che una tutela, perché genera un progressivo fenomeno di imbalsamazione che può alterare il naturale equilibrio tra passato e presente.

Per concludere, vogliamo ricordare un compianto autore di narrativa che con pungente ironia ha saputo cogliere le contraddizioni dell’industria del turismo. Vi invitiamo dunque ad imbarcarvi con David Foster Wallace per una crociera extralusso: il racconto/reportage Una cosa divertente che non farà mai più vi riserverà molte sorprese!