Giardini di guerra e di pace

Fiori come nemici e giardini come campi di guerra?

Con il ritorno della bella stagione accade che si risvegli il desiderio, più o meno inconscio, di circondarsi di verde e colori, spesso finendo per acquistare piante dai nomi esotici e dai fiori sgargianti senza sapere nulla di come accudirle e, ancora più di frequente, privi del tempo necessario per farlo.

bertolaIl giardino, per chi l’avesse, diventa così un luogo di battaglia con il verde, ma non per questo meno piacevole, almeno da leggere: Il Giardino Di Guerriglia di Stefania Bertola rivela un intero anno di amorevoli scontri e intricati rapporti con gli abitanti del proprio giardino. Un albicocco che dopo anni ancora non si degna di fruttificare, bulbi impigriti che rifiutano di fare altro che foglie e per questo vengono presi di petto e minacciati a inizio anno, una rosa immortale perennemente infestata da un misterioso verme che le fa meritare il soprannome di Rosa Vampiro, odiosi dente di leone che sopravvivono nonostante la guerra aperta ad essi dichiarata, il tutto condito da consigli discutibili ricevuti da un catalogo ostinato dal quale nessuno compra mai nulla e un lunario poetico quanto inutile.

cacciolaLa guerra si limita ai proprietari terrieri? Chi volesse coltivare senza avere un giardino deve arrendersi senza condizioni? Soltanto se non ha una vaschetta bassa per far crescere l’insalata, un po’ di sole per i pomodori, ancora meno per l’aglio. Dare alla luce primizie in condizioni difficili e senza un intero campo a disposizione è possibile, basta un balcone: Grazia Cacciola in L’orto sul balcone. Coltivare naturale in spazi ristretti indicherà come colorare di verde un angolo di terra, anche al quinto piano.

Tanto accanimento dà da pensare? Coltivare, mettere le mani in terra, riscoprire il tempo della natura sono attività che stanno (ri)crescendo nelle (grandi) città, dove il tempo quotidiano scorre diversamente debilitando così la qualità di vita?

seneghiniColtivare lo spazio a disposizione strappandolo alla dittatura del cemento per tramutarlo in orto di fragoline e fagiolini è certo una vittoria, ma c’è chi non si ferma al proprio: da anni sono diffusi anche in Italia guerriglieri di nome e di fatto che, di giorno e a volto scoperto, senza paura e reticenza, bombardano gli angoli delle città con semi, abbattono il degrado a colpi di rastrello e lavano l’incuria con innaffiatoi ricavati da taniche di benzina. I Guerrilla Gardening, cittadini armati di buona volontà, combattono personalmente l’incuria delle amministrazioni e dei concittadini armandosi di fiori. Sono tanti, gruppi dai nomi variopinti (esemplare i Friarielli Ribelli di Napoli) e si danno appuntamento per recuperare aiuole abbandonate, giardini dimenticati, piazze diventate parcheggi o discariche. Grazie a loro nascono piante e fiori in aree dimenticate, spuntano orti in azienda, rinascono interi quartieri: perfetti estranei si incontrano uniti dalla volontà di migliorare la città, altri si fermano ad aiutare, altri ripassano e piantano di nuovo dove nella notte qualcuno ha strappato ciò che i guerriglieri avevano appena sistemato. Una guerra pacifica, contagiosa, e che ha colpito da Torino a Napoli, da Bolzano alla Sardegna, ed è in continua espansione. In Falce e Rastrello i guerriglieri nazionali si raccontano, descrivono le tecniche di battaglia e le armi (essenziali: tempo, energia e innovazione), gli intenti (riappropriarsi della città e dei suoi spazi dimenticati, trasformandone il potenziale in effettivo spazio pubblico).

Uno spazio non è trascurato perché è brutto, ma è brutto perché trascurato.

cericIl giardino un campo di battaglia personale e pubblico, dunque? Anche, così come l’esatto contrario. I giardini possono diventare la salvezza per chi dalla guerra scappa, un “rifugio dove il fragore della Storia […] giunge soltanto come un’eco lontana”, luoghi dove “il mondo finalmente diventa abitabile”. Teodor Cerić a ventidue anni lasciò Sarajevo per mettersi in salvo dalle bombe. Era il 1993. Girò per l’Europa arrabattandosi con mille lavori, ma quello che più gli diede soddisfazione e pace dai ricordi fu il lavoro di giardiniere. Nel suo vagabondare da profugo, raccontato in Giardini in tempo di guerra, ha scoperto giardini europei famosi e meno famosi, da quello di Derek Jarman nel Kent alla grotta in Grecia di un cantautore divenuto folle per le torture subite, dal giardino delle tenebre a Monte Caprino alle Tuileries viste da chi ci lavora e non chi ci passa, fino a un cortile nascosto tra le felci a Graz.

Perché pur nel nostro tempo contemporaneo, tecnologico e frettoloso, nutriamo ancora tanto attaccamento e ostinazione per il verde, sia esso nemico o amico? Forse perché, come dice Cerić

se ci rimane soltanto poco tempo, se il mondo intorno a noi vacilla e la morte, sotto tutte le sue forme, avanza, non ci resta che fare di un angolo di terra, poco importa quale, un posto accogliente, un luogo per più vita.

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