Overdressed: fast fashion e moda consapevole

Overdressed, “troppo vestiti”: lo siamo davvero?

Non è esattamente questo ciò che sostiene Elizabeth L. Cline, autrice del libro omonimo tradotto quest’anno in italiano come Siete pazzi a indossarlo! Perché la moda a basso costo avvelena noi e il pianeta.

Bestseller negli Stati Uniti, il libro è piuttosto un lungo e dettagliato reportage giornalistico sul mondo della moda, o meglio sul mondo della produzione industriale di moda e sul sistema commerciale che la regola e che ha preso negli ultimi decenni il posto di un’industria che viveva di meccanismi molto diversi.

Il libro si concentra, com’è naturale data la nazionalità dell’autrice, sulla situazione statunitense, ma molto citate sono le grandi catene di distribuzione che conosciamo anche in Europa come Zara ed H&M (fra le altre). L’oggetto dell’indagine è infatti proprio il modo in cui le grandi catene hanno acquisito mano a mano potere nel settore, finendo per occupare quasi ogni spazio disponibile nel mondo dei consumi non di lusso. Gli stessi marchi si presentano oggi in ogni paese, sostituendo un sistema molto più differenziato che era fatto in passato di produzioni nazionali, piccoli distributori in proprio, boutique e piccoli negozi, e di una competenza sartoriale di basso o medio livello letteralmente “domestica”, diffusa in tutte le case.

La Cline comincia la sua ricognizione proprio a partire da casa, ovvero dal proprio armadio. Un armadio, come molti di quelli odierni, strapieno di abiti di bassa qualità, molto simili fra loro e sostanzialmente inutilizzati. Abiti acquistati d’impulso in uno dei tanti momenti di shopping a cui siamo abituati, attirati da prezzi spesso bassi e talvolta bassissimi. Ma da dove vengono tutti quegli abiti? Chi li ha cuciti? Dove finiranno quando li butteremo via? E (domanda ancora meno banale): quegli abiti ci piacciono davvero?

Seguendo la produzione industriale di moda all’estero, nei paesi dell’Est europeo, in oriente, in Cina, questo libro ci accompagna per tutte le strade che compongono la fast fashion, l’offerta continuamente rinnovata di modelli e di stili con un ritmo così incalzante da imporre costi del lavoro bassissimi (inimmaginabili per gli standard occidentali), produzioni in serie di numeri elevatissimi di “pezzi” da distribuire in tutto il mondo, e un livello di qualità dei materiali e della fattura degli abiti che va dal molto  scarso al mediocre. Un sistema che ha fagocitato tutto: le sperimentazioni degli stilisti indipendenti, gli stili locali, la conoscenza stessa di che cosa significhi la qualità di un abito o di un tessuto, l’idea che un abito possa essere riparato o modificato, la percezione dei metri cubi che tutto questo materiale occuperà in una discarica.

In realtà, neppure la produzione dell’alta moda è rimasta indenne: mentre un tempo si risparmiava per un po’ di tempo per acquistare un buon cappotto, con l’atteggiamento di fare un investimento che durasse nel tempo, oggi anche il lusso è travolto dalla continua idea del nuovo e del molto costoso. Si assiste insomma a una divaricazione dei prezzi che non era mai esistita prima.

C’è un rimedio a tutto questo? Una nota positiva?

Cline racconta anche di fabbriche modello in cui si è faticosamente riusciti a trovare un equilibrio fra esigenze della produzione, sicurezza dei lavoratori, rispetto dell’ambiente e salari decenti. E di un movimento di “riappropriazione”, quello del re-fashion e dell’autoproduzione, che comincia ad avere i suoi seguaci. Forse non è da tutti imparare a cucire i propri vestiti, ma essere consapevoli del modo in cui si consuma moda industriale sì: per questo vi consigliamo di scaricare da MLOL la versione in ebook del libro.

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