Leggere Sylvia Plath – un avvio

“Erano ventun notti che non dormivo.
Mi sembrava che la cosa più bella del mondo doveva essere l’ombra, le mille mobili forme e i mille anfratti dell’ombra. C’era ombra nei cassetti delle scrivanie, negli armadi, nelle valigie, ombra sotto le case, gli alberi, le pietre, ombra dietro gli occhi e i sorrisi della gente, e ombra, miglia e miglia e miglia di ombra, sulla faccia notturna della terra.”

plath cover

Non è facile accostarsi a una poetessa preceduta dalla fama del proprio suicidio. La poesia stessa è un genere letterario non per tutti. Ecco perché Sylvia Plath, autrice statunitense morta a Londra nel 1963, è spesso un nome “sentito dire” ma non realmente conosciuto. Letta da chi ama la poesia o la letteratura moderna scritta da donne e femminista prima dei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta, nonostante sia ritenuta un classico della letteratura americana del Novecento è oggetto di un culto per non molti adepti, almeno in Italia.

Iniziare a leggere un autore è di per sé uno degli esercizi di lettura più stimolanti che si possano fare. Scegliere che cosa leggere prima, quale filo seguire, se informarsi sui dettagli della vita o su quelli dell’opera, sono tutte decisioni che possono avere un effetto su quella che sarà la percezione che si avrà di quell’autore.

Qui vi proponiamo un percorso di avvio particolare alla lettura di questa autrice. Invece di buttarci a capofitto nei suoi scritti, entriamo in punta di piedi nel contesto della sua vita, attraverso il racconto fatto da Elizabeth Winder ne La grande estate. Sylvia Plath a New York.

È il 1953 e la ventenne Sylvia vince, grazie agli scritti pubblicati sui giornali scolastici, una borsa di studio per un mese di permanenza presso la redazione di Mademoiselle, rivista femminile di moda che riserva un occhio di riguardo nei confronti delle giovanissime in un momento di grandi trasformazioni economiche e sociali. È il sogno realizzato di ogni ragazza ambiziosa: Sylvia parte per questa esperienza – dopo aver attentamente vagliato il suo guardaroba e sentendosi “pronta” per il grande salto – e si ritrova gettata di colpo in una New York afosissima, in un mondo fitto di impegni lavorativi e mondani in cui la competizione fra ragazze viene prima di tutto e ognuna cerca di immaginare per sé un futuro che rispetti le aspettative di molte, forse troppe persone.

1953: una metà secolo quasi perfetta, simbolo di una condizione delle donne paradossalmente ancorata al passato (persino il New Look lanciato da Dior dopo la guerra può essere letto come richiamo a una forma femminile più rassicurante e tradizionale rispetto a quella degli anni Trenta e Quaranta), ma protesa verso un futuro in cui alle donne si comincia a richiedere anche una presenza attiva nel mondo professionale. Pressate da questa doppia e contraddittoria richiesta, Sylvia e le sue compagne cercano un posto nel mondo con le forze, l’intelligenza e la mancanza di esperienza che ragazze della loro età possono avere.

La grande estate è anche, e forse soprattutto, il racconto della cultura materiale di quegli anni: gli abiti, i nuovi materiali, l’influenza della moda, il giornalismo, la vita all’interno delle redazioni, i viaggi in taxi per la città, i cocktail. Volendo trovare un paragone visivo si può pensare a Colazione da Tiffany, riferimento visuale notissimo, uscito come film nel 1961 ma tratto da un romanzo pubblicato dopo soli cinque anni dal soggiorno della Plath a New York e avente come protagonista – non a caso – un’altra grande figura femminile “ibrida”, al limite fra attese e mondi molto diversi.

Lettura leggera, La grande estate può costituire una buona introduzione all’unico romanzo che la Plath ci abbia lasciato, La campana di vetro. La scrittrice vi racconta – attraverso il personaggio fortemente autobiografico di Victoria – la stessa estate e i mesi che ne seguirono.

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto.
Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo là, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

L’esperienza a New York è per Victoria una sorta di esplorazione in diversi gradi di potenzialità: il lavoro, i rapporti con le compagne, gli uomini incontrati. Ma quello che in principio sembra il diario di una avventura in terre sconosciute scritto dalle mani di una ragazza molto giovane, col suo normale carico di incertezze, piano piano comincia a segnalare momenti di infelicità senza apparente motivo, di vuoto, fino a sgranarsi in qualcosa di completamente diverso. Ecco la “cerimonia” che segna il passaggio del ritorno verso casa:

“In quell’ora incerta tra il buio e l’alba, il solarium dell’Amazon era deserto.
Silenziosa come un ladro nella mia vestaglia con i fiordalisi, raggiunsi il parapetto della terrazza. Mi arrivava quasi alle spalle, perciò trascinai fin là una delle seggiole pieghevoli ammucchiate contro il muro, la aprii e ci montai precariamente sopra.
Una brezza gagliarda mi sollevò i capelli. Ai miei piedi, la città aveva affondato le sue luci nel sonno e i suoi palazzi erano drappeggiati di nero, come per un funerale.
Era la mia ultima notte.
Afferrai il fagotto che mi ero portata e incominciai a tirare un lembo biancastro. Mi ritrovai in mano, inerte, una sottoveste senza spalline, di tessuto elasticizzato che con l’uso si era smollato. La sventolai, come una bandiera di resa, una volta, due volte! La brezza la afferrò, e io aprii la mano.
Un grosso fiocco di neve fluttuò nella notte, poi iniziò la sua lenta discesa. Chissà su quale strada o tetto sarebbe andato a posarsi.
Tirai un altro lembo del fagotto.
Il vento si mise d’impegno, ma senza successo, e un’ombra simile a un pipistrello planò su un tetto poco più in basso.
Un capo alla volta, affidai tutto il mio guardaroba al vento notturno, e sfarfallando, come le ceneri di un caro estinto, i brandelli grigi vennero trascinati via, per atterrare qua e là, dove esattamente non l’avrei mai saputo, nel cuore oscuro di New York.”

Victoria torna dunque a casa e si vede affondare nell’incertezza sul proprio futuro. Un fidanzato lontano dato da tutti per scontato come futuro marito, gli impegni da prendere, le scelte da fare. La narrazione degli eventi comincia a farsi meno lineare. Victoria perde il sonno, la fame e persino la capacità di scrivere – la capacità fisica di scrivere parole in linea dritta sul foglio – perdita questa tenuta più nascosta di tutte, vergogna e segnale supremo di incapacità per chi si era immaginata come scrittrice e poeta.

Come avveniva in quegli anni, Victoria arriva davanti a uno psichiatra senza quasi accorgersene, trascinata dalla vergogna della madre per una figlia che non capisce più e sottoposta immediatamente a cure pesanti, pesantissime: ricoveri, elettroshock, nuovi ricoveri. Cambiano le frequentazioni, ora compagne ricoverate negli stessi reparti, cambia completamente l’idea di sé, ridotta a quella di una “demente”, cambia la percezione del tempo, che si sbriciola fra cure, momenti di vuoto, uscite in un mondo esterno non più accogliente, non più “mondo”.

Victoria sopravviverà a questa esperienza e tornerà alla vita quotidiana di una giovane ragazza degli anni Cinquanta. Uno dei suoi primi atti di donna “sana” sarà quello di farsi prescrivere un anticoncezionale e di perdere la verginità, per scelta consapevole con un uomo di cui non è innamorata. Ognuno immagina come desidera a che cosa si riferisca la “campana di vetro” scelta come titolo del romanzo, ma di certo la protagonista da quella campana riesce infine a uscire.

Sylvia diventerà effettivamente poetessa, ma anche madre e moglie (del celebre e forse non incolpevole nei suoi confronti Ted Hughes). Morirà suicida l’11 febbraio del 1963, lasciando diverse raccolte di poesie, lettere e diari e questo romanzo, pubblicato un mese prima della morte.

Per approfondire, è disponibile su Wikiradio l’audio della trasmissione del 27 ottobre 2017 Sylvia Plath raccontata da Sara Antonelli.

Se vi interessa il tema della malattia mentale, potete leggere anche il nostro post Il demone di mezzogiorno. Depressione: la storia, la scienza, le cure.