Camille Claudel: la passione per la scultura

Camille ClaudelLa vita intensa e sfortunata della scultrice francese Camille Claudel è l’oggetto della bella biografia scritta dalla studiosa Odile Ayral-Clause e pubblicata in traduzione italiana da Castelvecchi.

Questo eccellente lavoro rivela i segreti della complessa arte della scultura e pone l’accento su quanto fosse complicato, per una donna, dedicarsi a tale attività nell’Ottocento.

Sfidare il buon senso – scrive l’autrice – è nella natura stessa della scultura: è un’arte faticosa, sporca e costosa. Per le donne era incomparabilmente più dura, a cominciare da particolari banali quali i capi di abbigliamento consentiti: le artiste che, per ragioni di comodità, avessero voluto vestirsi da uomo dovevano ricevere il permesso dal prefetto della Polizia. Le scultrici si trovavano quindi a portare materiali pesanti e ad arrampicarsi sulle scale con i lunghi abiti che strisciavano sul pavimento e s’impigliavano ovunque.

Camille Claudel atelier

Camille divideva un atelier a Parigi con altre donne. Il suo talento fu notato dal grande scultore Auguste Rodin, che nel 1885 propose alla ventenne Camille di unirsi al suo atelier. Senza alcuna esitazione, né riguardo per la “decenza” della morale borghese del tempo, la giovane artista entrò così a far parte di un atelier che fino ad allora non aveva avuto che collaboratori maschi. In particolare, Rodin aveva affidato a Camille il compito di modellare con cura le mani e i piedi di molti dei suoi personaggi.

Due i tratti essenziali del carattere di Camille: la fermezza e la determinazione. Non accettava che le si mancasse di rispetto perché era giovane, né che si provasse ad intimidirla perché era donna. Non lasciava che gli altri decidessero per lei e non cambiava idea sotto pressione.

Camille divenne presto l’assistente più stimata da Rodin. Un biografo dell’epoca scrisse: “La consulta su tutto. Qualsiasi decisione debba prendere, la discute prima con lei ed è solo dopo che hanno raggiunto un accordo che lui assume una posizione definitiva”.

Il giornalista Morhardt, che ebbe spesso occasione di ammirare la passione ei Camille al lavoro, ne traccia un ritratto affascinante:

“Resta seduta sulla sua sediolina in silenzio, con aria diligente. Le interminabili chiacchiere degli oziosi la sfiorano appena. Concentrata esclusivamente sul suo compito, impasta l’argilla e modella il piede o la mano di una statuetta che ha davanti. Ogni tanto solleva la testa. Guarda il visitatore con i suoi grandi occhi chiari, accesi di curiosità e, oserei dire, di ostinazione. Poi riprende subito il lavoro che ha interrotto”.

Si è molto parlato del cosiddetto sfruttamento, da parte di Rodin, del lavoro di Camille, dal momento che, mentre lei era al suo servizio, lui terminò e firmò parecchie sue opere. Ma l’apprendistato in un atelier del XIX secolo era basato su una serie di reciproche concessioni: l’assistente imparava sotto la direzione del maestro e lavorava per lui. Tutto quello che realizzava nell’atelier apparteneva al maestro. Per questo a volte è difficile stabilire chi sia il vero autore di un’opera. Nel caso di Camille, la relazione amorosa che i due allacciarono e l’influenza che cominciarono presto a esercitare l’uno sull’altra complicarono ulteriormente la situazione. La famiglia di Camille, che temeva lo scandalo, non perdonò mai Camille per la sua relazione con Rodin. Il loro rapporto fu comunque burrascoso.

La Valse, Camille Claudel

Con il passare del tempo la creatività esuberante di Camille dovette scontrarsi con i pregiudizi dell’epoca. Camille desiderava ardentemente realizzare sculture in marmo di grandi dimensioni, ma ogni volta che si rivolgeva allo Stato per ottenere una commissione riceveva risposta negativa. Quando cercò di ottenere una commessa per una versione in marmo del gruppo La Valse, una scultura di grande sensualità che rappresentava una coppia che ballava il valzer completamente nuda, l’imbarazzo fu grande. Scegliendo di rappresentare simbolicamente l’ebbrezza sessuale, Camille varcò una soglia proibita alle donne e la sua scultura fu considerata inaccettabile. La commissione promessa non si concretizzò e la versione in marmo non fu mai realizzata.

Rodin presentò Camille a tutti quelli che avrebbero potuto aiutarla nella sua carriera.

I critici la guardavano come una sorgente continua di meraviglia: “La signorina Camille Claudel ci consegna delle opere che superano, per la capacità inventiva e la potenza dell’esecuzione, tutto quello che ci si può aspettare da una donna”. E ancora, un altro critico definì Camille “il solo genio femminile nella sua arte”.

Alla lunga, Camille cominciò ad essere stanca di sentirsi dire che era una donna, che era l’allieva di Rodin e che le sue sculture avevano lo stile di Rodin. Mentre la fama di Rodin spiccava il volo, la sua restava ancorata al nome del grande scultore. Camille comprese che per essere trattata da artista a tutto tondo doveva allontanarsi da Rodin. Eppure Rodin non condivideva i pregiudizi sessisti del tempo e l’aveva costantemente appoggiata.

Nel 1893 Camille lasciò l’atelier di Rodin. Determinata a dimostrare l’originalità della sua opera, lavorava senza posa. Si trovò però ad affrontare da sola umiliazioni e battaglie quotidiane. Rodin continuò a sostenerla a distanza, in una lettera le scrisse “un genio come voi è raro”. Ma Camille cominciava a dar segni di squilibrio mentale. Era spesso preda di attacchi di collera improvvisi, manifestava una diffidenza incomprensibile anche nei confronti di chi le voleva bene e fantasticherie morbose che la portavano al limite del delirio. Le sue condizioni di vita peggiorarono rapidamente. Un critico del tempo scrisse, per perorare la sua causa:

“Camille Claudel è una grande artista. Siamo in pochi ad affermarlo da molto tempo e ci piacerebbe pensare che lo sappiano tutti. Ma ci sbaglieremmo, perché restiamo in pochi. Non c’è niente di più penosamente ingiusto del destino di questa donna eroica. Non ha mai smesso di lavorare e il suo lavoro ostinato ha prodotto delle opere tra le quali vi sono le più belle statue che la scultura contemporanea possa citare. Tuttavia lei è povera e il suo lavoro è compromesso da condizioni di vita precarie. Bisogna che si sappia e vorrei gridarlo nella speranza che questa ingiustizia abbia fine”.

Camille Claudel - Torse de Clotho, 1893Nel 1905 Camille accusò Rodin di averle rubato un marmo, la statua di Clotho che lo stesso Rodin si era adoperato perché venisse accettata al Luxembourg. Rodin divenne nella mente di Camille il nemico supremo. Il compagno, il mentore generoso di un tempo era diventato nei suoi deliri un essere diabolico pronto a tutto pur di distruggerla. Seguendo la logica incoerente dei malati che soffrono di paranoia, Camille reinterpretava gli anni passati nel suo atelier e l’incessante lavoro fatto per lui. Si sentiva spogliata e minacciata da colui che adesso dominava il mondo dell’arte. Le aveva rubato il lavoro e le idee e adesso, secondo lei, complottava per distruggerle la vita.

Nel 1913 camille Claudel viene internata. Il certificato medico attestava che “la signorina Claudel è affetta da problemi mentali molto seri, veste da miserabile, è estremamente sporca e non provvede mai alla su igiene personale, ha venduto tutto il suo mobilio fatta eccezione del divano e del letto. […] Il suo stato, già pericoloso per lei a causa della mancanza di cure e talvolta persino di cibo, è altrettanto pericoloso per il vicinato e si ritiene pertanto necessario internarla in una casa di cura”. La madre firmò la richiesta di internamento senza batter ciglio, anzi con sollievo.

Il manicomio si trovava a pochi chilometri da Parigi. Camille, senza necessità alcuna, fu messa in isolamento con il benestare della famiglia. I messaggi da lei inviati sono strazianti:

“Gentile dottore, è da tempo che vi chiedo di far venire a trovarmi una persona di famiglia. Sono più di nove mesi che vivo sepolta in una spaventosa disperazione. Intanto mi hanno preso il mio atelier e tutte le mie cose. Ho assoluto bisogno di vedere una persona amica. Spero che non me lo rifiuterete. Cordiali saluti, C. Claudel”.

Camille, abbandonata da tutti, avrebbe passato gli ultimi trent’anni della sua vita nel manicomio di Ville-Évrard. La paura di essere avvelenata, che era cominciata anni prima, non svanì mai. Nella sua mente veleno e creazione sembravano legati. Nella sua mente confusa, Rodin voleva avvelenarla non per ucciderla, ma per avere il controllo su di lei e rubare le sue sculture.

Nel 1920 i medici si dichiararono ottimisti sulla possibilità di fare finalmente uscire Camille dal manicomio: “La signora Claudel è calma, le sue manie di persecuzione, sebbene non siano sparite, si sono tuttavia molto mitigate. Manifesta il desiderio di tornare dalla sua famiglia e di vivere in campagna. Ritengo che in queste condizioni si possa tentare un’uscita”. La madre di Camille, ancora una volta, si oppose categoricamente manifestando una durezza impressionante. E di nuovo si legge lo strazio nelle lettere di Camille:

“I manicomi sono luoghi fatti apposta per far soffrire, non si può fare niente, soprattutto quando non si vede mai nessuno”. La vita della scultrice si spense in solitudine alla soglia degli ottant’anni. Rimangono di lei sculture straordinarie che ancora oggi ci emozionano.

Nota: Questa sintesi riporta brani fedeli al volume originale. La bellissima biografia di Odile Ayral-Clause è anche corredata da fotografie e dalla riproduzione di molte opere.